Avrei voluto chiamare questa raccolta di cinque racconti Liebestod, ma mi è stato cortesemente fatto notare che gli appassionati di opera lirica sono pochi e non tutti in grado di tradurre immediatamente il termine tedesco in “morte per amore” o in “lovedeath”, o cogliere il riferimento al secondo atto del Tristano e Isotta di Wagner. E anche se tutti lo cogliessero, non sarebbe buona politica collegare il mio libro all’immagine di qualche donnona con l’elmo in testa e la corazza di bronzo che canta un’interminabile nenia funebre per il suo boyfriend. Parole dei miei consiglieri. Naturalmente, sono solo dei filistei, ma neanch’io stravedo per Wagner.
Di solito si cita Mark Twain come autore dell’affermazione che «la musica di Wagner non è poi così brutta come si sente», tuttavia non mi sono mai imbattuto nella fonte originale della citazione; recentemente, però, ho trovato una lettera di Twain, scritta durante un viaggio in Europa in cui assistette per la prima volta a un’opera wagneriana, e il seguente brano ci mostra una sfaccettatura del suo entusiasmo:
Ciascuno cantava, a turno, il suo racconto rivelatore, accompagnato dall’intera orchestra di sessanta elementi; e dopo che la cosa era andata avanti per qualche tempo, e io speravo che si fossero messi d’accordo per fare qualcosa contro il rumore, interveniva all’improvviso un enorme coro composto totalmente di pazzi, e per due minuti, e a volte anche tre, io rivivevo tutte le sofferenze patite quando era bruciato l’orfanotrofio.
Così, sono stato tentato di intitolare questa raccolta Quando brucia l’orfanotrofio, ma anche se mi pareva che suonasse bene, i miei consulenti si sono opposti una seconda volta.
Perciò ho lasciato Lovedeath.