Stamane sveglia alle 5 per andare a lavorare. La giornata è splendida, in giro non c’è nessuno e questa mancanza di umanità per le strade mi piace sempre moltissimo. Una delle cose belle del mio lavoro.
Oggi è pure la giornata dell’odio di Orwelliana memoria. Due fazioni che potrebbero anche non esistere vanno in piazza a dirsi che si stanno sul cazzo. Ma il motivo per il quale vanno in piazza è che devono, i loro componenti, sentirsi appartenere a qualche fazione in lotta con qualcun’altra. Un qualcosa che dica loro che esistono, che faccia una leggera scalfittura nel mare che è la storia, ‘ché basta pensare di aver alzato la voce per poter credere di essere esistiti.
Il branco nell’epoca digitale.
Dovevamo essere su Marte, siamo qui a urlare all’altro cosa deve pensare.
Quello che non riusciranno a fare è il farmi odiare qualcuno.
Devo però dire che se l’umanità mi pare stupida qualcosa sono lo stesso riusciti a fare.
[…]
I preparativi per la Settimana dell’Odio erano in pieno fervore e l’intero personale dei Ministeri prestava la sua opera volontaria al di fuori dell’orario di lavoro. Si dovevano organizzare cortei, riunioni, parate militari, conferenze, apprestare pannelli didascalici in cera, preparare spettacoli cinematografici e programmi televisivi. Si dovevano montare tribune, costruire effigi, coniare slogan, comporre canti, far circolare notizie false, contraffare fotografie. Al Reparto Finzione era stato disposto che la squadra di Julia interrompesse la produzione di romanzi per stampare in tutta fretta una serie di libelli sulle atrocità commesse dal nemico.
George Orwell, 1984
Bisogna esserne avari.
Charles Baudelaire


Un atto di lettura è all’origine di questo giallo storico. La curiosità dello scrittore viene attratta da un libro, dimesso e periferico in apparenza. Lo scrittore precipita nella lettura, ma inciampa in una nota a piè di pagina. La brevità della nota stenta a contenere l’immanità del fatto. Recita la nota: “Nella lettera del 16 agosto 1956 l’Abadessa sr. Enrichetta Fanara del monastero benedettino di Palma Montechiaro così scriveva a Peruzzo: ‘Quando V. E. ricevette quella fucilata e stava in fin di vita, questa comunità offri la vita di dieci monache per salvare la vita del pastore. Il Signore accettò l’offerta e il cambio: dieci monache, le più giovani, lasciarono la vita per prolungare quella del loro beneamato pastore'”. Il “pastore” delle giovani “pecore”, che si lasciarono morire di fame e sete in una lunga agonia, era il vescovo di Agrigento Giovanni Battista Peruzzo: il “vescovo dei contadini” che, in nome della giustizia sociale, e a dispetto del professato anticomunismo, aveva messo il suo carisma e la sua possente eloquenza al servizio dei deboli e degli abbandonati: contro gli agrari; e contro quella “struttura di peccato”, che era il latifondo incolto. Immancabilmente, due proiettili ferirono a morte il vescovo. Era una sera d’estate del 1945. Dieci monache offrirono le loro vite a Dio. Il vescovo sopravvisse al baratto. Mentre dieci cadaveri si dissolvevano nel silenzio di una strage dimenticata.
Quando il papà di “Ciccio Charlie” dava un nomignolo a qualcosa, quel nomignolo rimaneva.
Oggi, con Serena, entro in una merceria (è LA merceria del mio paese, si mormora che Cristoforo Colombo abbia comperato lì i bottoni sbrilluccicanti del suo giacchino da altomare), perché a me serviva del velcro.