Pare che ce l’abbia fatta.
Sono, da oggi, il possessore di un fiammante impianto di condizionamento dell’aria di produzione cinese.
La cosa brutta è che l’idraulico mi ha messo al corrente che oggi non riuscirà a finire e che dovrà venire anche domani. Quindi due giorni per montare il tutto.
Mi sto accorgendo, complice questa convivenza forzata, che è difficile quando qualcuno è in casa tua a lavorare e tu devi necessariamente stare lì a guardarlo.
Adesso è di là che sta bucando il muro della mia camera da letto. Io sto qui in salotto a scrivere e lo sento rumoreggiare col trapano.
Quando non trapana fischietta.
Lo sento fischiettare da stamattina “Centro di gravità permanente”; ha provato pure a cantarla ma, dopo che il testo gli si blocca alla seconda strofa, ricomincia col fischio stonato.
Gli ho messo su un cd degli U2.
Sta provando a cantare come Bono, però, per fortuna, ha smesso di fischiettare.
Margherita Dolcevita è una ragazzina allegra, intelligente e appena sovrappeso, con un cuore che di tanto in tanto perde un colpo.
Dopo “La forma dell’acqua” e “Il cane di terracotta” questo è il terzo “giallo” di Andrea Camilleri ad avere come protagonista Salvo Montalbano, il commissario di stanza a Vigàta, “il centro più inventato della Sicilia più tipica”.
Il solito delitto di mafia, misterioso e intricato, a Vigàta, cittadina fantastica e metaforica in terra di Sicilia, dove Camilleri ambienta il suo secondo romanzo giallo, con protagonista il commissario Montalbano. Occhio e intelletto di giustizia, Montalbano risolve le sue inchieste, si direbbe, per affinità ambientale: è così perfettamente siciliano che ogni indizio per lui si trasforma in univoco messaggio di un codice conosciuto, da decrittare simbolo per simbolo, come una lingua arcaica che continua a parlare in forme nuove. Ma stavolta, in coda al delitto di mafia, se ne trova un altro, più conturbante e rituale: due cadaveri di giovani amanti abbracciati, nel doppio fondo di una grotta, sorvegliati da un enorme cane di terracotta. Un omicidio di cinquant’anni prima. E Montalbano indaga, con l’aiuto di una compagnia volenterosa di vecchietti: “un’indagine in pantofole, in case d’altri tempi, davanti a una tazza di caffè”. La Sicilia è terra che da sempre si presta al genere giallo e poliziesco, cui fornisce il suo teatro di contrasti e di arcaismi. Camilleri, però, del giallo siciliano è, in senso proprio, un innovatore. Una grazia particolare di raccontatore, una lingua che si modula senza sforzo e fastidi sul dialetto, una potenza di comicità, ma soprattutto vi aggiunge l’intuizione completa dei nuovi scenari, quel miscuglio di culture millenarie con ciò che i sociologi denominano “modernizzazione senza sviluppo “.
“Il commissario invece era di Catania, di nome faceva Salvo Montalbano, e quando voleva capire una cosa, la capiva”. Questo ‘capire’ di Montalbano, essendo fondamentalmente un’immersione ambientale, un annusare, un soppesare a occhio, è distante dallo ‘spiegare’ deduttivo dei segugi d’impostazione scientifica. Ma non collima neppure col simpatetico ‘comprendere’ dei detectives più filantropi: anzi per il commissario di Vigata – celebre per il laconico sarcasmo – identificare la molla che fa scattare l’assassinio costituisce “la parte peggiore” della ricostruzione poliziesca.
“Il mio era un paese di terra e mare. Aveva un hinterland abbastanza grande da potervi fare allignare i germi di una cultura contadina che s’intrecciavano, si impastavano con quelli di una cultura, più articolata e mossa, che era propria dei pescatori, dei marinai.
Dopo quindici anni Neely Crenshaw torna nella sua cittadina, uguale a migliaia di altre nella profonda America.
A Londra, tre giovani reclute si preparano ad affrontare il loro primo giorno nella Polizia.